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Apple e il suo azionariato. Il buyback da miliardi, chi guadagna davvero e come investire dall’Italia

Agosto 12, 2026
10 minuti di lettura

Il 30 aprile 2026, insieme ai risultati trimestrali migliori di sempre — 111 miliardi di ricavi, utile per azione a 2,01 dollari contro le stime di 1,93 — Apple ha annunciato un nuovo piano di riacquisto di azioni proprie da 100 miliardi di dollari. Era la seconda volta in due anni che Apple stabiliva un record: nel maggio 2024 aveva approvato un buyback da 110 miliardi, il più grande nella storia del mercato azionario secondo i dati di Birinyi Associates riportati da CNBC.

Pochi giorni dopo, il 21 aprile 2026, è arrivata un’altra notizia di portata storica: Tim Cook lascerà la carica di CEO il 1° settembre, dopo quindici anni. Al suo posto arriverà John Ternus, attuale Senior Vice President of Hardware Engineering. Cook rimarrà come Executive Chairman con focus sui rapporti con i governi.

Due notizie, una settimana. Una ridisegna la struttura finanziaria di Apple, l’altra ridisegna la sua guida. Capire la prima — il buyback — è fondamentale per capire come Apple crea valore per chi la possiede, e perché la possiede sempre meno “qualcuno” in senso stretto.

Cos’è un buyback e perché Apple ne fa uno ogni anno

Il buyback — riacquisto di azioni proprie — è l’operazione con cui un’azienda usa la propria cassa per comprare le proprie azioni sul mercato aperto, ritirarle dalla circolazione e distruggerle. Il risultato è che il numero totale di azioni in circolazione diminuisce, e ogni azione rimanente rappresenta una quota leggermente più grande dell’azienda.

L’effetto sul titolo è diretto: con meno azioni in circolazione, l’utile per azione (EPS) aumenta anche se l’utile assoluto resta invariato. Se Apple guadagna 100 miliardi di dollari e ha 15 miliardi di azioni in circolazione, l’EPS è 6,67 dollari. Se le azioni diventano 14 miliardi — grazie al buyback — l’EPS sale a 7,14 dollari. Stessa azienda, stesso utile, numero migliore.

Apple pratica questa politica in modo sistematico e su scala senza precedenti. I dati di MacroTrends mostrano la progressione storica: nel 2015 le azioni Apple in circolazione erano circa 23,5 miliardi. A giugno 2026 sono scese a 14,7 miliardi — una riduzione di quasi il 40% in dieci anni. Nel solo Q1 2026, Apple ha riacquistato circa 25 miliardi di dollari in azioni proprie. Nel corso dell’esercizio 2025 le azioni in circolazione sono calate del 2,62%, e nel 2024 del 2,56%.

Questo significa che chi ha tenuto le azioni Apple per dieci anni senza fare nulla possiede oggi una quota proporzionalmente maggiore dell’azienda rispetto a quando le ha comprate — senza aver comprato un’azione in più.

I numeri del programma: quanti soldi ha speso Apple

Il programma di buyback di Apple è attivo dal 2012, quando il CEO Tim Cook lo reintrodusse dopo anni di inattività. Da allora, la scala è cresciuta ogni anno in modo quasi meccanico.

Nel maggio 2022 Apple aveva approvato un piano da 90 miliardi. Nel maggio 2023 da 90 miliardi. Nel maggio 2024 il salto storico: 110 miliardi, il più grande buyback singolo mai approvato nella storia delle società quotate. Nel maggio 2026 — con i risultati del Q2 — altri 100 miliardi aggiuntivi approvati dal CdA, accompagnati da un dividendo di 27 centesimi per azione in crescita del 4%.

Messi in fila, dal 2012 a oggi Apple ha speso in buyback oltre 750 miliardi di dollari — più del PIL annuo di molti paesi europei. Per confronto, il PIL dell’Olanda nel 2025 era di circa 1.100 miliardi di dollari. Apple ha restituito agli azionisti, attraverso riacquisti di azioni, circa tre quarti di quella cifra nell’arco di quattordici anni.

La domanda ovvia è: da dove vengono questi soldi? Apple genera cassa in modo straordinario. L’esercizio 2025 si è chiuso con ricavi di circa 416 miliardi di dollari e un free cash flow superiore ai 100 miliardi. Con margini lordi al 47%, Apple converte quasi il 100% dell’utile in cassa reale — una rarità nel settore tech. Come ha osservato l’analisi di Economia Italia, il ROIC (Rendimento sul Capitale Investito) di Apple supera il 55%, contro un costo del capitale stimato attorno all’8,5-9%. Ogni dollaro investito in Apple genera molto più di quanto costi finanziarsi.

Chi guadagna davvero dal buyback

La risposta sembra ovvia — gli azionisti — ma la meccanica è più sottile. Il buyback non distribuisce denaro direttamente nelle tasche di chi possiede le azioni. Lo fa indirettamente, in due modi.

Primo: aumenta il valore teorico di ciascuna azione. Se l’azienda vale 3.500 miliardi e ci sono 15 miliardi di azioni, ogni azione vale circa 233 dollari. Se le azioni diventano 14 miliardi, ogni azione vale teoricamente 250 dollari — a parità di valore dell’azienda.

Secondo: ha un vantaggio fiscale rispetto ai dividendi. In Italia — e negli USA — i dividendi vengono tassati nel momento in cui vengono incassati: il 26% dell’importo viene trattenuto immediatamente. Il buyback, invece, genera plusvalenza solo quando si vende: chi non vende non paga nulla, e può rimandare indefinitamente il momento fiscale.

Chi guadagna di più dal buyback, dunque, sono gli azionisti con orizzonti lunghi — e in particolare i grandi fondi indicizzati come Vanguard (9,29% di Apple), BlackRock (7,48%) e State Street (3,96%), che non vendono quasi mai, incamerano l’apprezzamento e non pagano imposte finché non liquidano la posizione. Berkshire Hathaway, con il suo circa 2%, ha seguito la stessa logica per anni — poi nel 2024 ha iniziato a ridurre la propria quota, in parte per ragioni fiscali secondo le dichiarazioni di Warren Buffett.

I grandi azionisti esercitano anche pressione indiretta sulle decisioni di Apple attraverso le assemblee degli azionisti, votando su temi come politica di remunerazione, iniziative ESG e composizione del CdA. Ma non dirigono operativamente l’azienda: la governance quotidiana è nelle mani del management, con il CEO che fino al 1° settembre 2026 rimane Tim Cook.

Le critiche al modello: il denaro che non va in R&S

Il buyback massiccio ha i suoi detrattori, e le critiche meritano di essere prese sul serio.

La prima è la più diretta: ogni dollaro speso in riacquisto di azioni è un dollaro che non va in ricerca e sviluppo, acquisizioni o investimenti in nuovi prodotti. Nel settore tech, dove la velocità di innovazione determina la sopravvivenza, scegliere di restituire cassa agli azionisti invece di reinvestirla è una scommessa sulla stabilità dell’ecosistema attuale.

Apple ha parzialmente risposto a questa critica aumentando progressivamente il budget R&S: nel 2025 ha speso circa 31 miliardi in ricerca e sviluppo, quasi il doppio rispetto al 2019. Ma resta il fatto che l’intelligenza artificiale generativa — che sta ridisegnando il settore tech — è un’area in cui Apple ha accumulato ritardo rispetto a Google, Microsoft e Meta. Il responsabile AI di Apple ha lasciato l’azienda alla fine del 2025. Il lancio della versione avanzata di Siri basata su AI generativa ha subito più rinvii. Apple ha annunciato un accordo con Google per integrare Gemini nei propri dispositivi — una scelta che alcuni analisti leggono come un’ammissione di debolezza interna nell’AI.

John Ternus eredita questo nodo insieme alla guida del gruppo. La sua provenienza dall’hardware — MacBook, iPhone, iPad — lo rende un profilo tecnico solido. Ma l’AI è software, e Apple ha appena cambiato il generale nel mezzo di quella battaglia.

La performance del titolo negli ultimi dieci anni

Per un risparmiatore italiano, la domanda più concreta è: quanto ha reso Apple nel tempo, e cosa ci si può aspettare?

I dati di FinanceCharts mostrano che il rendimento totale annuo composto di Apple negli ultimi 10 anni è stato del 28-31%, dividendi inclusi. Su base decennale — dal 2015 al 2025 — il titolo ha restituito circa 900%, contro circa 200% dell’S&P 500 nello stesso periodo. Un investimento da 10.000 euro nel 2015 sarebbe diventato circa 100.000 euro nel 2025, senza fare nulla.

Anno per anno, il percorso è stato tutt’altro che lineare. Nel 2022 il titolo ha perso il 26,4% — uno degli anni peggiori nella storia recente di Apple, trascinato dal rialzo dei tassi e dal crollo del settore tech. Nel 2023 ha recuperato il 49%. Nel 2024 +30,7%. Nel 2025 +9%.

Nell’ultimo anno (a agosto 2026), il titolo ha guadagnato circa il 50%, con un range a 52 settimane tra 201 e 317 dollari. La capitalizzazione si attesta attorno ai 4.500 miliardi di dollari — la più alta di qualsiasi società quotata al mondo.

Questi numeri sono straordinari, ma contengono una trappola cognitiva: guardare il passato e aspettarsi lo stesso futuro. Il buyback ha amplificato i rendimenti in un decennio di tassi bassi e crescita degli utili a doppia cifra. In un contesto diverso — tassi più alti, crescita dei servizi in decelerazione, pressione sui margini — lo stesso meccanismo produce effetti minori.


Rischi che un investitore italiano deve conoscere

Concentrazione su iPhone. Nonostante la crescita dei Servizi — che nel Q2 2026 hanno raggiunto 31 miliardi di dollari, +16% rispetto all’anno precedente — l’iPhone genera ancora circa il 50% dei ricavi totali. La trimestrale Q2 2026 ha mostrato vendite di iPhone per 57 miliardi di dollari. Un ciclo di aggiornamento debole o un’innovazione disruptive da parte dei concorrenti asiatici può cambiare i numeri rapidamente.

Dazi e catena di fornitura cinese. Questo è il rischio più complesso e attuale. La catena di fornitura di Apple coinvolge oltre 50 paesi e regioni, ma la Cina rimane il cuore della produzione. I dazi USA introdotti dall’amministrazione Trump nel 2025 — arrivati fino al 145% sulle importazioni cinesi prima della tregua parziale — hanno causato una perdita di circa 700 miliardi di capitalizzazione nel momento di picco, secondo MilanoFinanza. Nel solo trimestre natalizio 2025, i dazi hanno generato un impatto negativo di 1,4 miliardi di dollari, come riportato da BG Saxo.

Apple sta spostando la produzione degli iPhone destinati agli USA dall’India — che nel 2024 rappresentava il 13-14% della produzione globale di iPhone e che nel 2026 dovrebbe raddoppiare quella quota. Ma la dipendenza dalla Cina per i componenti chiave non è eliminabile nel breve periodo. Produrre un iPhone interamente negli USA costerebbe, secondo l’analista Dan Ives di Wedbush Securities, circa 3.500 dollari per unità contro gli attuali 1.000-1.200 dollari.

Ritardo nell’AI. Come descritto nella sezione precedente, Apple ha accumulato distanza dai concorrenti nell’intelligenza artificiale generativa. Il rischio non è immediato — l’ecosistema iOS e la fedeltà degli utenti Apple sono formidabili barriere — ma nel medio termine la capacità di monetizzare l’AI nei propri dispositivi determinerà la traiettoria dei Servizi.

Cambio valutario. Chi compra Apple dall’Italia acquista in dollari e vende in dollari. Se l’euro si rafforza rispetto al dollaro, il rendimento in euro si riduce anche se il titolo sale in dollari. Il rischio valutario è strutturale e non eliminabile senza strumenti di copertura.

Rischio successione. Il passaggio di consegne da Cook a Ternus è avvenuto in modo ordinato e pianificato. Ma Ternus eredita una sfida complessa: l’AI, i dazi, la ristrutturazione del senior management con diversi dirigenti chiave usciti nel 2025-2026. I mercati hanno reagito con relativa calma all’annuncio — le azioni hanno perso meno dell’1% — ma un eventuale cambiamento di strategia o un trimestre deludente sotto la nuova guida potrebbe generare volatilità.

Come comprare azioni Apple dall’Italia: il percorso pratico

Apple (ticker: AAPL) è quotata al NASDAQ. Un investitore italiano può acquistarla attraverso qualsiasi broker online che offra accesso ai mercati USA. Le principali opzioni sono piattaforme come Fineco, Directa, DEGIRO, Interactive Brokers, Scalable Capital.

Il processo è semplice: apertura conto online (documento di identità, codice fiscale, compilazione questionario MiFID), versamento fondi, ricerca del titolo AAPL e inserimento dell’ordine. I costi di transazione variano da 0 a 15 euro per operazione a seconda del broker e del mercato scelto — alcuni broker offrono operazioni gratuite sulle azioni USA.

Un’alternativa all’acquisto diretto è l’investimento tramite ETF che includono Apple come posizione rilevante. Un ETF sull’S&P 500 o sul NASDAQ 100 ha Apple tra le prime posizioni (circa 7% dell’S&P 500 e oltre il 12% del NASDAQ 100 al momento della pubblicazione). La commissione di gestione è minima — sotto lo 0,20% annuo — e si accede a centinaia di aziende con un solo strumento. Il rovescio della medaglia fiscale è descritto di seguito.

La tassazione italiana: il dettaglio che cambia i conti

Il quadro fiscale per un investitore italiano che compra azioni Apple è composto da tre elementi.

Plusvalenza: quando vendi le azioni a un prezzo superiore a quello di acquisto, la differenza è tassata al 26% come imposta sostitutiva — classificata come “reddito diverso”. Con un broker italiano in regime amministrato, la tassa viene trattenuta automaticamente alla vendita senza necessità di dichiarare nulla nel 730. Con un broker estero, va dichiarata nel Quadro RT del Modello Redditi PF (o nel Quadro T del 730 dal 2025). Le minusvalenze da azioni possono compensare plusvalenze future entro quattro anni.

Dividendi: i dividendi Apple vengono tassati con una doppia ritenuta. Negli USA viene applicata una ritenuta alla fonte del 15% (grazie alla convenzione contro la doppia imposizione Italia-USA). In Italia viene poi applicato il 26% sulla parte residua. Il risultato effettivo è una tassazione totale intorno al 37% sui dividendi lordi. Da considerare: Apple paga un dividendo molto contenuto — 27 centesimi per azione al trimestre a maggio 2026, con un dividend yield inferiore all’0,5% sulla quotazione attuale — proprio perché privilegia il buyback come forma di remunerazione degli azionisti.

Il nodo fiscale ETF vs azioni singole: questa è la differenza che pochi conoscono e che vale la pena capire bene. Se compri le azioni Apple direttamente e realizzi una minusvalenza — vendi in perdita — quella perdita è un “reddito diverso” e può compensare future plusvalenze su azioni, obbligazioni, certificati o derivati entro quattro anni. Se invece investi in Apple attraverso un ETF armonizzato UCITS (come un ETF S&P 500), il guadagno è classificato come “reddito di capitale”: tassato sempre al 26%, ma la eventuale minusvalenza da ETF non può compensare plusvalenze da altri ETF. Come sintetizza FunniFin: “Le perdite su ETF rimangono nel cassetto fiscale ma sono praticamente inutilizzabili, a meno di non avere guadagni da azioni o certificati da compensare.” Questa asimmetria rende le azioni singole fiscalmente più flessibili in caso di perdita, ma richiede una gestione più attiva del portafoglio.

In sintesi

Apple è un caso unico: la società con la capitalizzazione più alta al mondo è anche quella che da anni spende decine di miliardi ogni trimestre per comprare sé stessa, riducendo il numero di azioni e aumentando il valore di ciascuna rimasta in circolazione. Il meccanismo ha premiato gli azionisti di lungo periodo in modo straordinario — circa +900% negli ultimi dieci anni — ma non è una garanzia per il futuro.

I rischi reali da valutare nel 2026 sono quattro: la dipendenza da iPhone in un mercato maturo, l’esposizione ai dazi sulla catena cinese, il ritardo nell’AI generativa e l’incognita della nuova leadership di Ternus. Non sono rischi che rendono Apple un cattivo investimento, ma sono rischi che rendono Apple un investimento da capire prima di fare, non dopo.


Fonti: Apple Inc., comunicato ufficiale risultati Q2 FY2026, 30 aprile 2026; Apple Inc., comunicato ufficiale successione CEO, 21 aprile 2026 (apple.com/it/newsroom); MacroTrends, Apple Shares Outstanding 2012-2026; FinanceCharts.com, Apple (AAPL) Performance & Total Returns; CNBC/Birinyi Associates, dati sul buyback record maggio 2024; Investing.com Italia, Apple supera le stime trimestrali, aprile 2026; MilanoFinanza, “Apple lascia la Cina”, aprile 2025; BG Saxo, report trimestrale Apple Q1 2026; FunniFin, “Tasse sugli investimenti Italia 2026”; Wallible, “Tassazione ETF in Italia 2026”; Nevist, “Tassazione azioni 2026”; Forbes Italia, “Tim Cook lascia Apple”, aprile 2026; Seeking Alpha, “Apple: The Past Decade Can’t Be Repeated”, ottobre 2021.

Giacomo Padellaro

Giacomo Padellaro

Nel mondo del Digital Marketing dal 2010, esperto in web reputation, fondatore di Giocopulito.it e della Linking Agency