Dal 2026 il panorama degli incentivi legati a all’industria cambia radicalmente, segnando un ritorno all’iperammortamento e introducendo nuove opportunità fiscali per le imprese che investono in innovazione tecnologica.
Un passaggio che richiede attenzione, competenze specifiche e una pianificazione strategica, soprattutto alla luce delle modifiche normative e delle nuove modalità di accesso ai benefici. Ne parliamo con il dottor Emanuele Sorrentino, Dottore Commercialista e Revisore Legale dei Conti con base a Milano, che analizza vantaggi, criticità e casi concreti, offrendo alle aziende una guida chiara per comprendere come sfruttare al meglio queste misure e trasformare l’agevolazione fiscale in una leva reale di crescita e competitività.
Dottor Sorrentino, dal 2026 il sistema degli incentivi legati a Industria 4.0 e 5.0 cambia in modo significativo: può spiegarci cosa sta accadendo e quali sono le principali novità che oggi le imprese devono conoscere?
Dal 1° gennaio 2026 abbiamo detto addio al credito d’imposta per tornare all’iperammortamento. Non riceviamo più un “bonus” da scalare in F24, ma possiamo dedurre dal reddito d’impresa una quota molto più alta del costo del bene, ad esempio per investimenti fino a 2.5 milioni di €, la maggiorazione è del 180%. Altra novità è la stabilità: la misura è già finanziata, salvo modifiche di legge in itinere, fino a settembre 2028.
Entrando più nel concreto, come si traduce questo cambiamento per un imprenditore? Il passaggio dal credito d’imposta alla maggiorazione del costo è davvero più vantaggioso rispetto al passato?
Sì, soprattutto per le aziende in utile. Con l’iperammortamento maggiorato del 180%, se un imprenditore compra un macchinario da 100.000 €, ai fini fiscali è come se lo avesse pagato280.000 €. Questo abbatte drasticamente le imposte (IRES/IRPEF) da versare, con un risparmio netto che può superare il 43% dell’investimento. La precedente normativa 4.0, in essere per il triennio 2023-2025, garantiva un credito di importo pari al 20% del valore del bene da utilizzare in F24.
In questo scenario, quanto diventa importante affiancare all’analisi fiscale anche una valutazione tecnica preventiva per non rischiare di perdere l’agevolazione?
Direi fondamentale. Non basta infatti che un macchinario sia tecnologicamente avanzato; deve rispondere ai rigidi parametri della Legge 199/2025 e degli Allegati IV e V. Il rischio di recupero del beneficio da parte di Agenzia Entrate è altissimo se mancano i presupposti formali: la fattura deve avere la dicitura corretta, i documenti di trasporto devono essere coerenti e la scheda tecnica del produttore deve certificare punto per punto i requisiti di legge. Infine, deve essere presentata la pratica di comunicazione degli investimenti sul portale GSE.
L’analisi preventiva fatta da un professionista serve proprio a questo: validare la tipologia di bene, verificare la documentazione del fornitore, presentare le pratiche al GSE e supervisionare l’interconnessione prima che l’investimento venga finalizzato.
Un’altra novità rilevante riguarda l’eliminazione del vincolo del “Made in UE” per il 4.0. Che impatto ha questa apertura sul mercato e sulle scelte delle imprese?
È una svolta. Inizialmente la legge limitava gli incentivi ai soli beni prodotti in Europa. Con il recente comunicato-legge del MEF datato 12 marzo 2026, questo vincolo è in fase di soppressione. Questo permette alle imprese di scegliere le migliori tecnologie mondiali senza perdere i benefici fiscali.
Oltre alla scelta del bene, anche la modalità di finanziamento può incidere. Il leasing può rappresentare una leva strategica per massimizzare il beneficio fiscale?
Rispetto all’acquisto diretto, il leasing consente di concentrare la deduzione fiscale maggiorata in un periodo significativamente più breve, poiché la durata del contratto di leasing è spesso inferiore alla vita utile del cespite. Per normativa, i canoni, e la relativa maggiorazione, sono deducibili in un periodo minimo pari alla metà del periodo di ammortamento.
Per aiutare a comprendere meglio il valore concreto di queste misure, può raccontarci un caso pratico o un esempio di risparmio fiscale ottenuto da un’impresa?
In studio stiamo affiancando molte realtà, dai micro laboratori alle piccole industrie. Un caso interessante riguarda una società nel settore ferramenta che ha recentemente acquistato una duplicatrice elettronica di ultima generazione per chiavi di porte blindate, che riceve i dati criptati direttamente dal database aziendale e realizza la copia senza bisogno di una chiave fisica originale, riducendo al minimo l’errore e l’intervento umano.
Parliamo di un investimento di 65.000€; grazie alla normativa 2026, l’azienda può beneficiare di una maggiorazione del 180%: ai fini fiscali, il costo deducibile sale a 182.000€, con un’aliquota IRES al 24%, la società ottiene un risparmio d’imposta complessivo di oltre 43.000€. In pratica, lo Stato “rimborsa” circa due terzi dell’investimento sotto forma di minori tasse da pagare.
Nella sua esperienza, quali sono gli errori più frequenti che le aziende commettono quando si avvicinano a questi strumenti?
Il più comune è la mancanza di prove dell’interconnessione; molti pensano che basti comprare un bene “4.0 ready”, ma se non c’è lo scambio dati effettivo e documentato, il fisco può revocare tutto. Un altro errore è la dicitura errata in fattura: un dettaglio formale che può costare caro.
In definitiva, perché oggi un imprenditore dovrebbe approfondire davvero il tema dell’iperammortamento ex 4.0 e 5.0 e non limitarsi a considerarlo un semplice incentivo fiscale?
Perché chi sfrutta l’iperammortamento oggi, rinnova l’azienda a costi ridottissimi, consuma meno energia e produce con dati certi e interconnessi. Un’agevolazione che genera benefici a cascata e che, dunque, non può essere ignorata.